TRIVELLAZIONI, DIECI COSE DA SAPERE SUL REFERENDUM

News del 29 Febbraio 2016 - Trivelle in mare, sì o no? Finora la bagarre politica non permette di capire quando, come e per cosa si è chiamati al voto. Quando, come e perché in dieci punti

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1) Quando - Per il referendum si voterà il prossimo 17 aprile 2016. Una data che ha scatenato dure critiche al governo. Per aumentare la partecipazione e abbattere i costi era infatti stato ipotizzato di accorpare il referendum al primo turno delle elezioni amministrative, in programma a giugno. L’ultimo precedente, in tal senso, risale al 2009. E per attuare l’abbinamento è stata necessaria una legge ad hoc. Le accuse mosse dal coordinamento nazionale No Triv - cui aderiscono centinaia di associazioni e comitati ambientalisti - sono chiare: con la decisione di non accorpare il referendum alle elezioni “il governo decide di spendere circa 360 milioni di euro di denaro pubblico”, “non consente che gli elettori di essere adeguatamente informati” e persegue il “chiaro obiettivo” di “boicottare il referendum”. In questo contesto, lo Sblocca Italia ha dichiarato “strategiche” le trivellazioni. I costi? Un paio di esempi: il Comune di Milano spenderà 4,9 milioni di euro, quello di Roma 17 milioni. Cifre, queste, che sono interamente a carico del governo.

2) Il quesito - Dei sei quesiti originariamente proposti, solo uno è riuscito a sopravvivere: quello sulle trivelle. Il quesito riguarda soltanto la durata delle piattaforme già attive in mare (e non sulla terraferma) che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa. Di fatto ai cittadini sarà chiesto se, una volta scadute le concessioni, vogliono che vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se nel sottosuolo sono ancora presenti gas o petrolio. Il quesito riguarda la durata delle autorizzazioni già rilasciate per le esplorazioni e le trivellazioni dei giacimenti in mare.

3) Se vince il “SI” - In Italia il referendum è abrogativo. Quindi, rispondendo "sì", nella fattispecie si andrebbe a cancellare parte del comma 17 dell’articolo 6 del Codice dell’ambiente che prevede la prosecuzione delle trivellazioni fino a quando il giacimento lo consente. Rispondendo “sì” al referendum, quando le concessioni scadranno ogni procedimento verrà bloccato. Lo stop, in questo senso, riguarderà alcuni giacimenti già attivi come ad esempio quello Guendalina (Eni) nel Medio Adriatico, Rospo (Edison) di fronte all'Abruzzo e Vega (Edison) al largo di Ragusa. Nei mari italiani ci sono oltre cento istallazioni, alcuni attive da molti anni. In molti casi le risorse sono in esaurimento.

4) Se vince il “NO” - Votando “no” l’articolo in questione resterà invariato. Tutto sarà come’è ora. E quando le concessioni arriveranno a scadenza le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell'attività delle piattaforme già attive. Una volta chieste le necessarie autorizzazione e incassato l’ok sulla valutazione d’impatto ambientale, le aziende potranno rinnovare gli impianti e aumentare la produzione estrattiva fino all'esaurimento completo del giacimento.

5) Pro e contro - Bloccare le concessioni allontanerebbe il rischio di incidenti (che, se si verificassero, avrebbero un impatto devastante sull’ambiente). Ma potrebbe anche avere ripercussioni sul mercato con conseguente fuga di investimenti e possibile chiusura di imprese (che metterebbe a rischio posti centinaia di posti di lavoro).

6) La validità - Questo referendum assume un grande valore perché stimola i cittadini a riflettere sul presente e sul futuro energetico dell’Italia. Perché sia valido è necessario raggiungere il quorum - ovvero la “quota minima” - previsto dall'articolo 75 della Costituzione (IV comma). E’ quindi necessario che si rechino alle urne la metà degli aventi diritto al voto più uno. Hanno diritto di voto tutti i cittadini chiamati a eleggere la Camera dei deputati.

7) Chi lo propone - Il referendum può essere proposto da 500 mila elettori o da almeno cinque Consigli regionali per abrogare una legge (totalmente o parzialmente) una legge. Il nuovo partito di Pippo Civati, fondato dopo l’uscita dal Pd, ha provato a raccogliere le firme ma non è riuscito a raggiungere la cifra necessaria. Ad avanzare la proposta sono state le Regioni, che per la prima volta hanno quasi raddoppiato la soglia richiesta (5). I Consigli regionali che hanno proposto i quesiti referendari sono Basilicata (capofila), Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto.

8) Altri quesiti - Dei sei sei quesiti proposti dalle Regioni, come detto, ne è rimasto in piedi solo uno. Ma non è detto che non si possa rivedere la decisione. “Altri due quesiti dello stesso referendum potrebbero essere riammessi in sede di Corte Costituzionale” fa sapere il costituzionalista Enzo Di Salvatore (coordinamento No Triv). Complici i due ricorsi per conflitto di attribuzione sollevato da sei delle Regioni proponenti. “Sull’ammissibilità dei ricorsi - prosegue Di Salvatore - la Corte Costituzionale si pronuncerà agli inizi di marzo per poi decidere nel merito”.

 

9) Favorevoli e contrari - "Ce la metteremo tutta per informare i cittadini sul quesito e sull'importanza della partita in gioco, anche se siamo consapevoli della difficoltà di affrontare questa partita in così poco tempo. E' l'occasione per fare informazione sulla mancanza di una politica strategica sull'energia nel nostro Paese e parlare del futuro energetico". A parlare è Rossella Muroni, presidente di Legambiente. Le associazioni ambientaliste sono tutte schierate a favore del “sì” (mentre la politica investe su una posizione conservatrice). "Lo spreco gratuito di risorse pubbliche, che sarebbe stato possibile risparmiare con l’election day, coincide in questo caso con una sottrazione di democrazia ingiustificabile" commentano da Greenpeace Italia. "La durata della campagna elettorale - aggiungono - risulta compressa al limite della legge. Renzi ostacola apertamente il diritto degli italiani a informarsi e a esprimersi consapevolmente il giorno del voto. E lo fa a loro spese, sprecando tra i 350 e i 400 milioni di euro di soldi pubblici. Tutto per scongiurare il quorum elettorale, svilire l'istituto referendario e avvantaggiare i petrolieri". Pochi giorni fa gli attivisti pugliesi di Greenpeace hanno scritto “No Oil” sulla sabbia. Un flash mob che suona come un “promemoria”. Tra coloro che si schierano per il “no” c’è il vicesindaco di Ravenna, Giannantonio Mingozzi, secondo il quale è una ”questione di democrazia anche difendere le migliaia di lavoratori impegnati a Ravenna e in Italia" nelle imprese dell'offshore. Il riferimento è alla possibile chiusura della piattaforma Angela Angelina. In ballo, a suo dire, non ci sono solo i posti di lavoro ma anche “le nuove tecnologie” per l'alternativa delle energie rinnovabili “è ben lungi dal soddisfare la domanda energetica del nostro Paese”.